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LUI ERA COME UNA FOGLIA – Umberto Saba e le poesie autobiografiche

Era un poeta italiano, molto noto per le sue semplici poesie autobiografiche. Umberto Saba fu allevato dalla madre ebrea, dopo che il padre li abbandonò quando lui era ancora bambino. Dall’età di 17 anni, ha sviluppato il suo interesse per la poesia, e nel mese di novembre 1910 era stata pubblicata la sua prima raccolta di poesie. https://www.amazon.it/Tutte-poesie-Umberto-Saba/dp/8804301066 Lui ha consolidato la sua reputazione come poeta con la pubblicazione di “The Songbook”). La sua poesia formativa, è stato influenzata da Petrarca e Carducci, D’Annunzio e Leopardi. Dal 1919, è stato il titolare di una libreria antiquaria a Trieste, continuando a soffrire di depressione per tutta la vita. Durante il periodo fascista, fu costretto a vendere la sua libreria. Il primo grande successo di critica del suo lavoro era arrivato nel 1946, con l’assegnazione del Premio Viareggio. Dal 1950, aveva trascorso lunghi periodi in cliniche, morendo all’età di 74, a Gorizia.

LA FOGLIA – Io sono come quella foglia, guarda, sul nudo ramo, che un prodigio ancora tiene attaccata. Negami dunque. Non ne sia rattristata la bella età che a un’ansia ti colora, e per me a slanci infantili s’attarda. Dimmi tu addio, se a me dirlo non riesce. Morire è nulla; perderti è difficile.

MEZZOGIORNO D’INVERNO – In quel momento ch’ero già felice, Dio mi perdoni la parola grande e tremenda, chi quasi al pianto spinse mia breve gioia? Voi direte: “Certa bella creatura che di là passava, e ti sorrise”. Un palloncino invece, un turchino vagante palloncino nell’azzurro dell’aria, ed il nativo cielo non mai come nel chiaro e freddo mezzogiorno d’inverno risplendente. Cielo con qualche nuvoletta bianca, e i vetri delle case al sol fiammanti, e il fumo tenue d’uno due camini, e su tutte le cose, le divine cose, quel globo dalla mano incauta d’un fanciullo sfuggito, egli piangeva certo in mezzo alla folla il suo dolore, il suo grande dolore, tra il Palazzo della Borsa e il Caffé dove seduto oltre i vetri ammiravo io con lucenti occhi or salire or scendere il suo bene.

L’ORA NOSTRA – Sai un’ora del giorno che più bella sia della sera? Tanto più bella e meno amata? È quella che di poco i suoi sacri ozi precede. L’ora che intensa è l’opera, e si vede la gente mareggiare nelle strade. Sulle mole quadrate delle case una luna sfumata, una che appena discerni nell’aria serena. È l’ora che lasciavi la campagna per goderti la tua cara città, dal golfo luminoso alla montagna varia d’aspetti in sua bella unità. L’ora che la mia vita in piena va come un fiume al suo mare, e il mio pensiero, il lesto camminare della folla, gli artieri in cima all’alta scala, il fanciullo che correndo salta sul carro fragoroso, tutto appare fermo nell’atto, tutto questo andare ha una parvenza d’immobilità. È l’ora grande, l’ora che accompagna meglio la nostra vendemmiante età.

 

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